Aumenti fittizi pensioni minime: “Rivalutazione quasi azzerata dalle tasse”, la denuncia dello Spi Cgil di Verona.
Rivalutazione Pensioni minime 2026, la “grande beffa del fisco: aumenti reali di pochi euro, solo 3,13”: la denuncia di Spi Cgil di Verona. “L’adeguamento all’inflazione dell’1,4% per il 2026 viene quasi totalmente assorbito dal drenaggio fiscale. Aumenti di soli 3,13 euro per le minime e meno di 10 euro per chi percepisce mille euro lordi”.
“Nonostante la rivalutazione delle pensioni (perequazione) stabilita dal Ministero delle Finanze, l’aumento reale che arriverà nelle tasche dei percettori sarà minimo, quasi interamente fagocitato dal fisco”. È la dura denuncia lanciata dallo Spi Cgil di Verona.
Il sindacato parla di “grande beffa” e di un “nuovo e pesante arretramento delle condizioni di vita” dei pensionati, a causa del combinato disposto tra una “rivalutazione insufficiente e il meccanismo del drenaggio fiscale“.
“La politica economica del governo continua a colpire in modo selettivo e penalizzante i redditi fissi, mentre mostra una sorprendente tolleranza verso chi evade o elude il fisco,” afferma Adriano Filice, segretario generale Spi Cgil Verona.
I numeri della perequazione: “Un aumento fittizio”.
Secondo quanto pubblicato in Gazzetta Ufficiale, l’adeguamento delle pensioni all’inflazione (perequazione) per il 2026 è stato fissato a 1,4%, calcolato sull’inflazione Istat prevista per il 2025.
I dati forniti dallo Spi Cgil nazionale mostrano l’impatto del drenaggio fiscale.
Pensioni Minime: “Un trattamento minimo passa da 616,67 euro a 619,80 euro. L’aumento netto reale è di appena 3,13 euro mensili. Questo avviene nonostante l’incremento transitorio, che per il 2026 scende all’1,3% (dal 2,2% del 2025)”.
Pensioni da 1.000 euro lordi: “L’adeguamento lordo è di 14 euro, ma al netto dell’IRPEF l’aumento effettivo si riduce a soli 9,88 euro mensili. L’aliquota media pagata, in questo caso, cresce”.
“Pensioni Medie (1.500 euro lordi): L’aumento lordo di 21 euro si traduce in appena 14,82 euro netti”.
“Il taglio delle aliquote non basta”.
“Nemmeno l‘introduzione della nuova aliquota IRPEF ridotta (33% invece di 35%) per gli scaglioni di reddito da 28 mila a 50 mila euro sembra sufficiente a compensare”.
“Una pensione da 2.800 euro lordi (2.111,74 netti nel 2025) riceve un incremento lordo di 38,66 euro, che si riduce a 37,59 euro netti“. Come evidenziato dal sindacato, in questo caso, “il taglio dell’aliquota non è neanche sufficiente a coprire il drenaggio fiscale”.
Solo chi percepisce pensioni lorde di almeno 3.200 euro mensili (2.359,01 netti) “vede un beneficio netto superiore all’incremento lordo (48,57 euro netti contro 43,32 lordi), grazie all’effetto della detassazione”.
Potere d’acquisto eroso.
Analizzando l’andamento degli ultimi quattro anni (2022-2026), lo Spi Cgil denuncia che, “sebbene l’inflazione accumulata abbia richiesto un adeguamento lordo del 16,46%, il beneficio netto per le pensioni più basse è stato drasticamente ridotto: solo il 12,27% o il 12,93% di aumento reale per le pensioni da 800 a 1.000 euro lordi”.
Il segretario Filice conclude con un appello per una riforma fiscale strutturale: “È ormai evidente che l’attuale impostazione fiscale è insufficiente e ingiusta. Se il Paese vuole davvero trovare le risorse necessarie per sanità, welfare, casa e non autosufficienza, deve finalmente rivolgersi a chi oggi contribuisce meno: grandi patrimoni, rendite finanziarie, extraprofitti e ricchezze accumulate“.
