L’arte contro l’oblio: posata in via Emilei la pietra per la scultrice veronese vittima della Shoah.
Verona, una pietra per la scultrice veronese vittima della Shoah: da oggi chi camminerà in via Emilei, al civico 24, troverà un piccolo frammento di ottone lucente. È stata posata infatti, la quinta Pietra d’Inciampo di Verona, dedicata a Lina Arianna Jenna, scultrice, poetessa e intellettuale ebrea, la cui voce fu spenta dall’orrore nazifascista.
Alla cerimonia hanno partecipato il sindaco Damiano Tommasi, l’assessore alla Memoria Jacopo Buffolo, i rappresentanti della Prefettura e della Comunità Ebraica, oltre agli studenti dei licei Edres e Maffei. Ma i veri protagonisti sono stati i discendenti della famiglia Jenna, che insieme al sindaco hanno materialmente collocato il tassello del “monumento diffuso” ideato dall’artista Gunter Demnig.

Una vita per la bellezza.
Lina Arianna Jenna non era solo una vittima della Shoah, era una delle menti più brillanti della Verona tra le due guerre. Nata a Venezia ma veronese d’adozione, aveva trasformato il palazzo di famiglia proprio in via Emilei in un vivace cenacolo culturale. Qui ospitava poeti e artisti, mentre lei stessa esponeva le proprie sculture in rassegne nazionali a Napoli, Verona e Milano, restando in stretto contatto con maestri del calibro di Felice Casorati.
La scelta del cuore e l’abisso.
La storia di Lina è segnata da un atto di profonda devozione filiale. Nonostante i pericoli evidenti, scelse di non fuggire da Verona per assistere il padre ottantenne e malato. Poco dopo la morte del genitore, il 2 giugno 1943, arrivò l’arresto. Prima il forte di San Leonardo, poi Fossoli e infine il viaggio senza ritorno verso Auschwitz. L’ultima traccia di lei risale al marzo 1945, nel campo di Bergdorf.
Il monito contro l’indifferenza.
“L’indifferenza, a piccoli passi, ha aperto la strada alle brutalità del Novecento“, ha ricordato l’assessore Jacopo Buffolo durante la posa. Le pietre d’inciampo servono a ricordare due verità: quella di chi collaborò alle deportazioni e quella, luminosa, dei Giusti che rischiarono tutto per salvare il prossimo.
Anche Roberto Israel, per l’Associazione Figli della Shoah, ha sottolineato come la comunità ebraica veronese dell’epoca, composta da circa 300 persone, abbia vissuto tra il tradimento dei delatori e il coraggio di chi scelse di nasconderli.
