Le campane alla “veronese” cantano Mozart a San Giorgio in Braida

Il Festival dedicato a Mozart riscopre l’anima delle campane alla “veronese” a San Giorgio in Braida.

San Giorgio in Braida, dove tutto ebbe inizio: due secoli e mezzo di campane “alla veronese” hanno suonato Mozart per il festival. C’è un linguaggio antico che attraversa i secoli e che, domenica 25 gennaio, ha avvolto il quartiere per la settima edizione del festival “Mozart a Verona”. Qui le campane non si sono limitate ad annunciare la funzione: si sono fatte orchestra, portando le arie del genio di Salisburgo direttamente nel cielo della città.

Un compleanno lungo 250 anni.

L’evento non è stato solo un concerto, ma una celebrazione storica. Il sistema di suono “alla veronese” compie infatti 250 anni. Era il 1776 quando a San Giorgio in Braida venne installato un complesso di campane rivoluzionario per l’epoca, accordate in scala maggiore. Da quel gruppo di pionieri nacque l’attuale Scuola Campanaria Verona, che oggi conta circa mille suonatori attivi tra le province di Verona e Vicenza.

L’orchestra di bronzo e la sfida della gravità.

Suonare “alla veronese” è un’arte che fonde forza fisica e sensibilità assoluta. Come spiegato dal presidente della scuola, Matteo Padovani, la campana è un “vaso sonoro” di estrema precisione, accordato fino al centesimo di semitono. Il sistema prevede che il bronzo compia una rotazione completa, venendo portato “a bocca in alto”. In quel momento, il campanaro non vede lo strumento: deve intuirne la posizione solo attraverso la tensione della corda e l’esperienza del gesto. Sotto la guida di un direttore, ogni campanaro produce un singolo squillo seguendo uno spartito numerico, costruendo insieme agli altri la melodia collettiva.

Mozart in quota.

Sotto la direzione artistica di Michele Magnabosco, il Festival ha saputo integrare perfettamente questa tradizione nel programma mozartiano. Dalla cella campanaria sono risuonate le note di “Là ci darem la mano” dal Don Giovanni, dimostrando come questi strumenti possano eseguire non solo inni sacri come l’Ave Maria, ma anche complessi brani operistici.

Una tradizione giovane e viva.

Contrariamente ai pregiudizi, il mondo campanario veronese gode di ottima salute e attrae le nuove generazioni. Mattia Cordioli, maestro campanaro, sottolinea con orgoglio come molti maestri abbiano poco più di trent’anni e come i giovanissimi inizino ad avvicinarsi alle corde già a dodici anni.

È un segno identitario profondo: mentre storicamente altre città orientavano la propria metallurgia alla produzione di armi, Verona scelse di fondere il metallo per creare armonia. Un impegno che continua ancora oggi: la prossima primavera, anche le campane di San Fermo Maggiore (risalenti al 1755) torneranno al suono manuale.