Allarme non autosufficienza: “Le famiglie sono costrette a pagare fino a 3mila euro al mese”.
Nel Veronese si contano oltre 110 mila anziani non autosufficienti e con patologie croniche: Spi Cgil lancia l’allarme. “Tra liste d’attesa bloccate e il boom dei costi per i certificati medici, le famiglie sono costrette a pagare fino a 3mila euro al mese“.
La non autosufficienza in provincia di Verona ha assunto ormai i contorni drammatici di una vera e propria emergenza sociale ed economica. “Un perimetro di solitudine e spese insostenibili che travolge migliaia di nuclei familiari nel silenzio delle istituzioni”. È il quadro emerso dall’incontro pubblico organizzato dallo Spi Cgil Verona al Payanini Center di via San Marco, un tavolo di confronto nato per dare voce a famiglie e caregiver.
L’evento, introdotto da Alba Ballerini (segreteria Spi Cgil Verona), ha visto un serrato dibattito tra il segretario generale dello Spi provinciale Adriano Filice, le consigliere regionali Anna Maria Bigon e Chiara Luisetto (vicepresidente della Commissione Sanità e Sociale del Veneto), e la segretaria Regionale dello Spi Cgil Veneto Nicoletta Biancardi.
I numeri del “welfare invisibile” scaligero.
I dati epidemiologici presentati dipingono questa piramide della fragilità: “Su 214 mila residenti ultra 65enni nella provincia di Verona, 110 mila (il 50%) soffrono di almeno una patologia cronica come ipertensione, diabete, demenze o scompenso cardiaco. Da questo immenso bacino si genera la non autosufficienza grave, che oggi sul territorio colpisce già una platea stimata tra le 45 mila e le 60 mila persone”.
Il dato si fa ancora più critico se si analizzano gli ultra 80enni: nel 2025, su circa 71 mila anziani, più di 28 mila risultavano non autosufficienti (il 40%). Le proiezioni per il 2030 stimano una crescita verticale, con 32.104 persone non autosufficienti su oltre 80 mila residenti in quella fascia d’età.
A fronte di questa domanda di assistenza, le risposte pubbliche appaiono insufficienti: “Le case di riposo offrono appena 5.200 posti letto totali, mentre le impegnative di residenzialità finanziate dalla Regione Veneto sono sensibilmente meno. Di conseguenza, il peso della cura ricade interamente sulle spalle delle famiglie, che si difendono sul territorio veronese impiegando un “esercito” di 15 mila badanti e decine di migliaia di caregiver familiari, quasi sempre donne o anziani costretti a sacrificare la propria vita lavorativa e personale”.
Spunta la “tassa sulla sfortuna”.
Chi non ha la possibilità economica di pagare una badante privata (fino a 2mila euro al mese) o una retta d’accesso in Rsa (tra i 2.500 e i 3mila euro) deve necessariamente tentare la via dei sostegni pubblici. Ma qui si scontra con quello che il sindacato definisce un “paradosso”.
“La riforma della disabilità (D.Lgs. 62/2024), partita in via sperimentale nel veronese lo scorso 1° marzo con la promessa di semplificare le pratiche unificando certificato medico e domanda Inps, si è trasformata in un boomerang economico. La complessità della nuova anamnesi richiesta ha ingolfato i medici di medicina generale, che a Verona operano già in condizioni critiche con 403 posti vacanti”.
«Siamo di fronte a un mercato della certificazione selvaggio e inaccettabile», ha denunciato Filice. «La finta digitalizzazione ha cancellato il filtro gratuito dei Patronati e ha scaricato la burocrazia sui medici. Il risultato? Il costo del certificato introduttivo, che prima era gratuito o costava 30 euro, è schizzato a tariffe private che vanno dai 150 ai 260 euro. Una vera e propria “tassa sulla sfortuna” per i pensionati veronesi, molti dei quali vivono con meno di mille euro al mese».
Tra Inps e Uvmd: l’imbuto burocratico.
Superato lo scoglio del medico, l’iter si sdoppia in un percorso a ostacoli. “Da un lato il paziente deve sottoporsi alla visita delle nuove Unità di Valutazione di Base (Uvb) dell’Inps per ottenere l’invalidità e l’indennità di accompagnamento. Dall’altro, per sbloccare i servizi reali – come l’assistenza domiciliare integrata (Adi) o l’assegno di cura – la famiglia deve presentare una seconda domanda esplicita all’Uvmd territoriale per la compilazione della scheda Svama e la stesura del Progetto Assistenziale Individualizzato”.
“Anche con punteggi Svama elevati, si entra nell’ennesimo imbuto delle liste d’attesa regionali per ottenere l’Impegnativa di Residenzialità, il voucher fondamentale con cui la Regione copre la quota sanitaria della retta in casa di riposo. Senza di esso, la lungodegenza pubblica resta un miraggio”.
Le proposte e la richiesta di un cambio di rotta.
Dalla politica regionale arrivano proposte di legge, come quella illustrata dalla consigliera Chiara Luisetto, tesa al riconoscimento formale, previdenziale e psicologico dei caregiver familiari attraverso reti di sollievo. La consigliera dem Anna Maria Bigon ha invece puntato il dito contro le Case della Comunità del Pnrr: «Dovevano essere la cabina di regia per i 110 mila malati cronici veronesi, ma senza assunzioni di personale rischiano di restare gusci vuoti. In Veneto assistiamo a troppe inaugurazioni e a troppo pochi servizi attivi. Chi ha le risorse si salva, gli altri rinunciano alle cure». Nicoletta Biancardi (Spi Cgil Veneto) ha infine richiamato alla mobilitazione generale per frenare lo spostamento di risorse pubbliche verso la sanità privata.
La posizione del sindacato resta ferma ed è pronta a tradursi in mobilitazione territoriale. «Come sindacato dei pensionati continueremo a fare informazione e orientamento, ma non faremo sconti a nessuno», ha concluso Adriano Filice. «Chiediamo che la Regione Veneto metta immediatamente le risorse necessarie per azzerare le liste d’attesa e sostenga i Comuni. La non autosufficienza non è un problema privato, è una precisa responsabilità pubblica».

